Storia

Cappella di San Giuseppe di Terrasanta al Pantheon

Fondata nel 1542 sotto la volta del Pantheon, la Pontificia Accademia dei Virtuosi al Pantheon, denominata in origine Compagnia, iniziò la sua attività sociale l’1 gennaio 1543. La sede fu la prima cappella a sinistra nel Pantheon dedicata al patrono San Giuseppe. Fu il primo Sodalizio di artisti a Roma autorizzato da Paolo III, il quale interrompeva nei fatti il regime giuridico dei regolamenti medievali delle singole corporazioni: tutti gli artisti potevano appartenere ad una sola società. Ne hanno fatto parte i principali artisti di ogni tempo, anche stranieri, come, ad esempio, Francesco Mochi, Pietro da Cortona, Velazquez, Borromini, Vanvitelli, Canova, Valadier. Pochi anni dopo la fondazione furono cooptati nella Compagnia anche i musicisti. La loro attività consisteva in pratiche religiose e in opere di assistenza. Nella seconda metà del XIX secolo, grazie ad un lascito di un sodale, Ludovico Stanzani, fu istituito un Pensionato, con il quale si formarono giovani artisti. Nel 1995, Papa Giovanni Paolo II ha aggiunto la Classe dei Letterati e Poeti e la categoria dei Cineasti nella Classe già esistente dei pittori.


Ritratto di Paolo III di Pier Francesco Rossi (1628)

Cenni storici

La storia della Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon è una storia secolare, fatta di nomi, tracciata da personalità illustri, testimoniata da cronache, rappresentata da opere ed incardinata in alcuni luoghi simbolo. Ed è una storia a tutt’oggi viva e aperta.

Riconosciuta sotto il pontificato di Papa Paolo III, nato Alessandro Farnese (1468-1549), l’Accademia affonda le sue radici nel lontano ottobre 1542, in una fase piuttosto delicata per la Chiesa di Roma, lacerata da forti tensioni religiose tra cattolici e protestanti, che due anni più tardi avrebbe portato - dopo non pochi travagli - all’apertura del Concilio di Trento.

 

La Compagnia di San Giuseppe di Terrasanta

Ritratto di Desiderio d’Adiutorio di Francesco Terzi (1591)

Il fondatore della congregazione del Pantheon, in origine denominata Compagnia di San Giuseppe di Terrasanta, risponde alla figura del monaco cistercense: Desiderio d’Adiutorio (1481-1546), Piombatore delle Bolle Apostoliche. Nella collezione del Pantheon si conserva una effige del 1591 (?) che restituisce l’immagine del religioso. Un’opera dalla discussa attribuzione a Francesco Terzi, poiché qualitativamente sembra rimandare più alla ritrattistica romana della prima metà del Cinquecento[1], che alla tradizionale mano del pittore.

Reliquiario del cranio di Desiderio d’Adiutorio

 

La designazione di Compagnia di San Giuseppe di Terrasanta deriva dalla omonima e prima cappella che s’incontra sulla sinistra dell’edificio di Piazza della Rotonda, assegnata in giuspatronato ai Virtuosi; definiti tali da Giovanni Baglione alcuni decenni dopo. Una costruzione voluta dallo stesso Desiderio d’Adiutorio per serbare alcune porzioni di terra che egli portò con sé di ritorno dalla Palestina, collocandole sotto l’altare della cappella di giuspatronato ed elevandola in tal modo ad emblema sia sul piano morale sia religioso, nonché principio aggregante per la comunità dei Virtuosi. Un luogo altamente sentito dagli artisti associati, come testimoniano le decorazioni e i ciclici restauri realizzati: operazioni messe in atto anche come pratica caritativa. Nel corso del XVII secolo, infatti, vi dipingono: Giovanni Baglione (forse), Francesco Cozza, Francesco Rosa, Ludovico Gimignani, Giovanni Andrea Carloni, Giambattista Greppi, Giovanni Antonio Carosi; mentre, al Settecento, risalgono i bassorilievi di Paolo Benaglia e Carlo Monaldi.

Oratorio dei Virtuosi
Oratorio dei Virtuosi, altare di Martino Longhi il Vecchio, 1586

In realtà, si deve precisare che il luogo effettivo degli incontri mensili della comunità artistica, per celebrare la sacra liturgia e deliberare sull’attività, fu il cosiddetto “oratorio delle riunioni”, situato a metà della scala che si eleva sino al piano attico del Pantheon, che ne diviene sede istituzionale soltanto dal 1838, dietro concessione del cardinale Agostino Rivarola. In virtù del moltiplicarsi della collezione, a seguito delle donazioni o dei lavori derivanti dai concorsi, soprattutto grazie alle nuove acquisizioni, in massima parte disegni, provenienti dal “pensionato Stanzani”, avviato nel 1875, mediante un lascito dell’omonimo architetto anch’egli facente parte della società.

 

Ritratto di Gregorio XVI di Francesco Saverio Kaniewski (1834-1843)

Verso la definizione di Accademia:
i concorsi e la figura di Raffaello

Nel corso degli anni Trenta del XIX secolo si verificano alcuni fatti che conferiscono maggiore impulso all’attività della congregazione. Il primo slancio proviene dalla pubblicazione nel 1837 del nuovo Statuto, che sancisce la possibilità di bandire due tipologie di concorsi fra artisti: bimestrali, detti d’esercizio o biennali, denominati Gregoriani, in onore di Gregorio XVI, protettore dei Virtuosi.

Busto di Pio IX
di Ignoto (1846)

L’istituzione dei concorsi costituisce un fattore determinante per la levatura della Congregazione al rango di Accademia. Gli stessi temi scelti per la competizione confermano questo orientamento. I soggetti principali, infatti, ricadono sulla mitologia classica, la storia, le sacre scritture, e l’agiografia. Per le prove di architettura, invece, si registra una maggiore aderenza al reale. Non a caso le istanze concernono progetti per l’edificazione di edifici religiosi e laici di pubblica utilità. Per raggiungere lo status di Accademia, all’attività didattica si somma una maggiore apertura dell’Istituzione a nuove nomine, appartenenti ad altri settori culturali e sociali.

Il titolo di Pontificia viene concesso da Pio IX nel 1861 ma la consacrazione ad Accademia arriva solo il 9 maggio 1928 su proposta del cardinale Pietro Gasparri a Pio XI, che ne avalla la richiesta.

Un secondo avvenimento di grande rilievo per la storia della Compagnia riguarda la ricognizione del sepolcro di Raffaello nel 1833, all’interno del Pantheon. Un evento che avvalora una sorta di discendenza diretta con l’Urbinate, già sentita per la forte presenza di numerosi discepoli e artisti raffaelleschi, tra cui Tommaso Minardi e Friedrich Overbeck. In altre parole, la tomba di Raffaello incarna un ulteriore simbolo e motivo di riconoscimento nel valore imperituro della bellezza artistica.

Tomba e ossa, disegno di Raffaello di Vincenzo Camuccini (1833)
Tomba di Raffaello Sanzio al Pantheon

 

I Virtuosi

La Congregazione dei Virtuosi risuona di molti nomi altisonanti e di altri minori che, comunque, rappresentano una testimonianza del fervore culturale del susseguirsi dei tempi. In una prima fase essi furono sostanzialmente espressione della pittura, scultura e architettura; solo secondariamente il bacino delle discipline venne esteso anche alla musica. I primi decenni si registrano i nomi di numerose eccellenze, tra le quali: Camillo Mariani, Nicola Cordier, Guglielmo Della Porta, Daniele da Volterra, Scipione Pulzone, Francesco Salviati, Paris Nogari, Lorenzo Sabatini, Pietro Roviale, Girolamo da Carpi, Il Cavalier D’Arpino, Pirro Ligorio, Bartolomeo Baronino, Jacopo Barozzi da Vignola, Flaminio Ponzio, Martino Longhi, Ottaviano Mascherino. Ma è soprattutto tra il XVII e il XVIII secolo che si contano i nomi di maggior prestigio, come: Giovanni Baglione, Orazio Borgianni, Carlo e Girolamo Rainaldi, Alessandro Algardi, Francesco Mochi, Francesco Borromini, Diego Velazquez, cooptato durante il suo soggiorno romano alla metà del Seicento; e ancora, Mattia Preti, Pietro da Cortona, Giovanni Francesco Romanelli, Giovanni Lanfranco, Carlo Maratti, Giacinto Brandi, Giambattista Gaulli, Claude Lorrain, Jean Miel, Sebastaino Conca, Corrado Giaquinto, Giuseppe e Pier Leone Ghezzi, Pompeo Batoni, Camillo Rusconi, Filippo Juvarra, Alessandro Specchi, Luigi Vanvitelli, Giuseppe Valadier. Infine, nell’Ottocento, si rilevano le figure di: Antonio Canova, Pietro Tenerani, Vincenzo Camuccini, Tommaso Minardi, Francesco Podesti, Jean-August-Domenique Ingres, Giuseppe De Fabris, Salvatore Bianchi, Luigi Canina, Andrea Busiri Vici.

Chiaramente non tutti i nomi citati presero parte alla vita dell’Accademia con la medesima vitalità; ma certamente Giovanni Baglione (1566/1568 ca. - 1643) ne fu un accanito animatore e sostenitore, entrando in contatto con la Compagnia intorno al 1600. Grazie alla sua capacità di intessere numerose relazioni, a lui si deve il suggerimento di accogliere tra la schiera dei Virtuosi artisti del calibro di: Claude Lorrain, di Giovanni Lanfranco e Pietro da Cortona, o di figure come Giovanni Bellori; nonché del canonico spagnolo nativo di Pamplona, Bernardo Cegama. Di Baglione restano alcuni ritratti e opere su soggetto giuseppino; stesso tema rintracciabile anche in Giacinto Brandi e nel San Giuseppe con Gesù di Domenico Ambrosini. Un contributo importante sul tema dell’epopea martirologica di epoca paleocristiana proviene da alcuni ex allievi del “pensionato Stanzani”, come: Tullio Salvatore Quinzio, Arturo Noci e Alessandro Pigna. Un nucleo di spicco, tra gli altri, è rappresentato dai lavori della famiglia Galli, in particolare dello scultore neoclassico Pietro, gran parte dei quali d’ispirazione ellenistica.

 

Galleria dei Virtuosi al Pantheon. Particolare della prima sala

La collezione

La raccolta generale delle opere d’arte non risponde a dinamiche mercantili o commissioni di qualsiasi natura, ma alla volontà e allo spirito magnanimo dell’artista di donare e rendere omaggio alla Compagnia. Inoltre i Virtuosi, di ogni epoca, si dedicarono ad azioni caritatevoli verso i meno abbienti, prestando particolare attenzione alle sorti dei propri colleghi e delle loro famiglie.

Allo stato attuale la collezione delle opere è dislocata su due sedi, con diversa pertinenza giuridica. Il nucleo storico e più consistente, comprendente dipinti e sculture dal XVI al XX secolo, disegni del XIX-XX secolo e oggetti d’arredamento, si conserva al Pantheon; il comparto di fattura più recente, invece, dal 2008 dimora in via della Conciliazione; dove si trovano anche la biblioteca e il l’archivio.  

 


[1] Cfr. A. Capriotti, Francesco Terzi, in V. Tiberia, La Collezione della Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon, Tivoli, Scripta Manent, 2016, pp. 34-35.